La nostra storia

Stabile                    Roberto Bracco                    Teatro Bracco                    Artistica                    Ar.Te.Te.Ca

LA STORIA DELLO STABILE 

Forse non tutti sanno che il Teatro Bracco sorge sui resti di un antico palazzo principesco. Una sorta di reggia, con tanto di biblioteca, pinacoteca, gabinetto delle scienze e della chimica, osservatorio astronomico e, addirittura, un serraglio. Si tratta di Palazzo Tarsia, storica dimora del principe Spinelli Ferdinando Vincenzo, che lo desiderò fortemente per offrire una prova di forza, fatta di lusso e ricchezza, alla nobiltà del tempo. Nato dall’ampliamento di una preesistente casa palaziata, che si può far risalire al XVI secolo, oggi questo magnifico monumento è un condominio ferito dal tempo e sito al numero 2 di Largo Tarsia. Per comprendere appieno i passaggi che hanno portato alla costruzione di un teatro, lì dove era previsto un enorme e sfarzoso parco con giardino, bisogna andare indietro nel tempo e, precisamente, al periodo che va dal 1737 al 1740. È di questi anni, infatti, l’incisione su rame di Antonio Domenico Vaccaro, noto architetto barocco, al quale il Principe di Tarsia volle affidare il progetto per la trasformazione della sua preesistente casa palaziata in un maestoso tempio del lusso. Un progetto ambizioso, forse troppo, che richiederà sacrifici economici enormi, tanto da prosciugare più volte le casse della nobile famiglia Spinelli e far cessare del tutto, dopo la morte dell’ispirato principe Ferdinando Vincenzo, i lavori.

Oltre alla struttura principale, sulla cui facciata ancora oggi campeggia solenne lo stemma di famiglia, l’architetto Vaccaro progettò unloggiato dinanzi al Palazzo, con di fronte un enorme e fastoso giardino pensile. La vicenda che accompagna la trasformazione della “magnifica” residenza del principe è stata poco affrontata dalla storiografia artistica, a causa soprattutto delle scarse fonti storiche. Si deve, tuttavia, al saggio di Elena Manzo la ricostruzione filologica di uno dei più importanti episodi architettonici napoletani del Settecento. Sulla scorta di un’attenta esegesi documentaria, di sopralluoghi e attenti confronti cartografici, è infatti stato dimostrato come il progetto di Vaccaro, ritenuto mai condotto a termine, fosse stato realizzato fino alla costruzione delle due grandi rampe di accesso, cioè fino al superbo giardino antistante il loggiato. Questa inedita acquisizione, ha ribaltato una consolidata opinione al punto che, oggi, sappiamo che il Teatro Bracco fu realizzato dove prima vi era il parco del Palazzo; con il palcoscenico all’altezza dell’esedra. Conclusasi poi l’esperienza degli Spinelli a Tarsia, il Consiglio Edilizio bandì, nel 1840, un concorso per architetti napoletani con la finalità di costruire un mercato in corrispondenza della porta del maestoso parco, il varco da cui le carrozze accedevano a corte.

Ecco cosa scriveva il succitato organismo nel febbraio di quello stesso anno:

L’area destinata a mercato sarà quello spazio ch’è compreso dalla calata Tarsia, strada fuori Porta Medina, vico casa di D. Tortora, e casa di D. Gaetano Casalduna

Inoltre, il mercato doveva essere diviso in tre parti. La prima e più elevata da destinare alla vendita degli “erbaggi, ortaglie e frutta”. La seconda per le carni ed una terza da adibire a pescheria. Previsti anche “più ingressi”, comunque “non al di là di tre” ed una forma esterna fatta “simmetricamente alle vie limitrofe, serbando a queste però la conveniente larghezza”. D’ora in avanti, dunque, si procederà alla realizzazione di un mercato. Il progetto sarà affidato a Ludovico Villani, architetto vincitore del concorso. Tuttavia, ad edificio terminato, i venditori si rifiutarono di trasferirsi all’interno dello stabile, tenuto anche conto del fatto che le massaie e i cittadini dimostravano di preferire i banchi dei vicini mercati di MonteolivetoPontecorvo.

Lo stabile fu quindi destinato ad altro uso. Nella Biblioteca nazionale di Napoli e presso l’Archivio storico municipale, sono custoditi i documenti originali, disegni e carte (una selezione è pubblicata nella pagina successiva, N.d.A), che testimoniano come la struttura da mercato fu prima adibita a sala per l’esposizione della “solenne” Mostra industriale del 1853 e, quindi, a sede del Reale Istituto d’IncoraggiamentoSi penserà di trasformare parte dell’edificio in un teatro soltanto agli inizi del secolo scorso. Bisognerà aspettare, infatti, il 1929 per la costruzione da parte del Dopolavoro provinciale, in piena epoca fascista, di quel teatro sorto sul luogo dell’antica “Sala Tarsia” e diventato oggi il Bracco.

Palazzo Spinelli Tarsia Storia

Il Palazzo Spinelli fu eretto su commissione di Fernando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, da Domenico Antonio Vaccaro.

LA STORIA DI ROBERTO BRACCO 

Napoli, 19 settembre 1861 – Sorrento, 21 aprile 1943. Bracco è una delle menti più lucide del teatro di fine Ottocento e tra le firme più prestigiose della carta stampata dell’epoca. Drammaturgo, giornalista e scrittore, nasce nel cuore di Napoli, a San Gregorio Armeno, rimanendo legato alla sua città anche quando la fortuna sembra arridergli ed il successo oltrepassa nettamente i confini nazionali. Fedele a quel “teatro dei sentimenti”, d’introspezione e psicologico, in antitesi con il positivismo pragmatico tardo ottocentesco, Bracco frequenta a Napoli l’Istituto tecnico, lasciando però la scuola appena sedicenne per lavorare come spedizioniere. A diciotto anni inizia la sua carriera di giornalista, scrivendo per il Corriere di Napoli ed arrivando, in beve tempo, a firmare articoli anche sulla Stampa e nelle pagine del blasonato New York Times. Il debutto da drammaturgo avviene a venticinque anni, con l’atto unico Non fare ad altri…, portato in scena da Ermete Novelli. È l’inizio di un lungo successo, con copioni di indiscusso valore, affidati alla magistrale interpretazione di personaggi del calibro di Eleonora Duse, Emma e Irma Gramatica.

Tra le opere di maggior successo spiccano Una donna, Maschere, Infedele, Il trionfo, Sperduti nel buio, Piccolo Santo, Don Pietro Caruso. Quest’ultima sarà anche scelta e rappresentata in occasione dell’intitolazione in suo onore del teatro di via Tarsia, avvenuta 19 maggio del 1962, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita del drammaturgo. Antifascista e fiero oppositore della dittatura, Bracco è perseguitato dal regime, che lo ostacola accanitamente, impedendo la diffusione delle sue opere e dichiarandolo decaduto dalla carica di deputato, guadagnatasi alle elezioni politiche del 1924 nelle file liberali. Più volte ad un passo dal Premio Nobel, famoso per le sue cravatte, il baffo a spazzola e la difesa ad oltranza delle proprie idee, Bracco fa parlare di sé anche per alcuni pericolosissimi duelli alla sciabola ed una lite furibonda con Francesco Saverio Nitti, finita in tribunale e  sui giornali dell’epoca. Oggi i suoi copioni e i suoi scritti sono gelosamente custoditi in molteplici archivi del territorio nazionale. I critici ritengono lo studio di Roberto Bracco irrinunciabile per una corretta lettura del teatro italiano di fine Ottocento.

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Un giovane Vittorio De Sica interpreta, nel 1947, Nunzio in Sperduti nel Buio. Trasposizione cinematografica del dramma di Roberto Bracco.

LA STORIA DEL TEATRO BRACCO 

Il “Teatro Bracco”, già “Tarsia”, fu inaugurato il 29 maggio del 1962 alla presenza delle più alte personalità dello Stato, della Provincia e della Cultura. Ma solo l’anno seguente, nel marzo del 1963, esso aprì definitivamente le sue porte al pubblico dando inizio ad una stagione di prosa napoletana che avrebbe dato lustro a testi di autori classici e moderni – quali Trinchera, Romano, Galdieri e Cerlone – e messo insieme un “cast” di attori e registi di grande talento, dando inizio alla regolare attività della Compagnia Stabile Napoletana. Da allora, calcarono quel palcoscenico attori di grande fama ed esordienti, come del resto era già accaduto quando anni prima quella stessa struttura era chiamata “Sala Tarsia” e vi venivano rappresentate le opere di Di Giacomo e di Bovio, di Scarpetta e di Pietriccione, di Murolo e di Starace. Inoltre, quel teatro sorgeva in un luogo “storico” di Napoli: quelli che erano i meravigliosi giardini del settecentesco Palazzo dei Principi Spinelli di Tarsia e che, col tempo, furono trasformati, prima in un mercato all’aperto e, poi, in una famosa sala per le esposizioni. Dopo secoli di trasformazioni, grazie alla premura di Salvatore Emmanuele, direttore dell’ENAL, il “Teatro Bracco” era finalmente diventato un luogo di divertimento e cultura.

Salita Tarsia molti l’hanno vista, nel celebre “L’Oro di Napoli” di Vittorio De Sica: Totò scendeva da quella strada vestito da pazzariello per l’inaugurazione di un negozio di alimentari. A casa lo aspettava un camorrista che aveva preso Totò e la sua famiglia per albergo, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma salita Tarsia, come via Tarsia e i vicoli vicini, quasi più nessuno ricorda che sono parte del più bello, più grande e sfarzoso palazzo che Napoli abbia mai avuto, Palazzo Spinelli di Tarsia. Di questo palazzo oggi bisogna più immaginare che vedere, poiché una facciata interna e un corpo di fabbrica non piccolo ancora esistono, con tanto di stemma nobiliare e di ridipintura fresca, ma l’insieme, per chi non abbia mai visto il disegno di Domenico Antonio Vaccaro, non è nemmeno sospettabile. Oggi percorrendo via Tarsia due cose balzano all’occhio: Palazzo Gravina, anche questo di ricca facciata e di incantevole cortile, occupato dall’Università, e il Teatro Bracco, fra i cui cartelloni compare anche l’insegna della polizia, con accanto l’istituto nautico. Di fronte, in linea d’aria, campeggiano San Martino e Sant’Elmo; in basso, invece, si cade nella trama della Pignasecca fra la nuova stazione della Cumana e della Funicolare di Montesanto.

Il Teatro Bracco, ridipinto di rosso fuoco insieme all’Istituto Nautico, sono la parte di edificio più avanzata dell’antico Palazzo Tarsia, mentre i corpi di fabbrica più distanti si perdono salendo sulla collina, dove i grandissimi giardini settecenteschi sono diventati un putiferio di case, casaroppole e palazzi. Sulla destra c’è anche l’Istituto Margherita di Savoia, e altri palazzi di minore rilievo ma non meno balli. Largo Tarsia, al cui numero 2 si apre la facciata di Palazzo Spinelli con lo stemma a tre stelle, è un piazzale interno all’edificio di rara eleganza rococò. Inizio a contemplare: grazie al prezioso libro di Aurelio de Rose, “I palazzi di Napoli”, mi sono resa conto di ciò che ho sempre guardato senza vedere. L’incisione su rame di Vaccaro è sublime: nel 1730 Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, aveva incaricoato il celebre architetto di ridisegnare un vecchio corpo di fabbrica già posseduto dalla famiglia sin dal 1500. Corte, giardini, persino un serraglio era qui previsto. Una descrizione del 1798 racconta dei grandi loggiati e persino di una magnifica biblioteca che Spinelli aveva aperto al pubblico. Una specie di riedizione dei giardini pensili di Babilonia questo palazzo, fatto a terrazze digradanti, con statue in marmo delle quattro stagioni, le volte dipinte in oro e le volte affrescate.

Spinelli era un appassionato di scienze, di matematica e di biologia. Solito fare discussioni lunghe con Vaccaro, cui indicava i suoi inderogabili desideri, dettato per altro da una cultura vastissima e da frequentazioni di livello europeo, che certo dovettero essere ospitate dal palazzo in costruzione. Era qui, anche un osservatorio astronomico. La costruzione aveva previsto anche una ampia strada di ingresso, perché il sole fosse sempre presente e il panorama sempre visibile. La famiglia Spinelli aveva opere d’arte in quantità in questo palazzo, inclusi disegni del Bernini. Di Ferdinando Vincenzo, gentiluomo di camera di Carlo III, restano due ritratti del Solimena, uno conservato a Capodimonte del 1741, l’altro sul mercato delle vendite datato forse 1730. Fatto sta che gli Spinelli di Tarsia si estinsero. Nel 1840, fu progettato un grande mercato, per la zona che andava dall’attuale calata Tarsia e Porta Medina. Il progetto fallì, perchè i venditori non si vollero trasferire in questo nuovo spazio, che invece ospitò le Manifatture del Regno in mostra, e poi il Reale Istituto di incoraggiamento, e infine la sala cinematografica e teatrale intestata al grande drammaturgo Roberto Bracco, oggi attiva e fresca di restauro. Resta il sogno di Palazzo Tarsia, ma qui è bello comunque.

Totò Storia Via Tarsia

Antonio De Curtis, in arte Totò, interpreta il “pazzariello” che discende Via Tarsia per inaugurare un negozio di alimentari ne L’Oro di Napoli.

LA STORIA ARTISTICA 

Si scrive Bracco, si legge teatro dialettale. La vocazione per il repertorio popolare napoletano è da sempre presente in via Tarsia. Negli archivi storici di Napoli, sono tante le testimonianze che raccontano di un teatro sorto sul luogo dell’antica “Sala Tarsia” che, dopo essersi trasformato in “Teatro del Dopolavoro provinciale” in piena epoca fascista, nel 1962 diventerà l’attuale “Bracco” e resterà fortemente ancorato ai temi del genere dialettale classico. Un filone, quest’ultimo, che ben si coniuga con quello brillante dell’attuale gestione di Caterina De Santis. Terminato nel 1929, il teatro di via Tarsia fu inaugurato l’8 giugno dello stesso anno dalla filodrammatica “Lega Amatori dell’Arte”, che qui mise in scena, con la regia di Giovanni Pastore, la Locandiera di Goldoni. Ma in questo stesso periodo nel teatro opera un’altra compagnia di filodrammatici, che ne rappresenterà l’anima dialettale. Una circostanza che il poeta Salvatore Cerino ricorda con vividezza, citando nel suo libro “Napoli musa eterna” un Ernesto Murolo, padre del più famoso Roberto, nelle vesti di direttore del gruppo di attori che “negli anni Trenta” era impegnato “al teatro del Dopolavoro provinciale di Napoli in via Tarsia, oggi Teatro Bracco”. È lo stesso Cerino a raccontare che “dopo qualche anno e più, il regime proibì la recitazione in dialetto ed Ernesto Murolo, dopo una serie di spettacoli piacevoli, terminò con la sceneggiata Napule ca se ne va”. Siamo in piena epoca fascista, il Bracco, allora teatro del “Dopolavoro provinciale”, è già fucina di talenti ed attori di successo. I nomi sono tanti e noti, da Antonio Sigillo (Pulcinella) a Guglielmo Gagliardi, da Vincenzo Sorsaia ad Antonio Iovinelli. Tutti accomunati dalla passione per il teatro in dialetto. Di Murolo e della sua “Stabile napoletana” si legge anche nel prezioso volume “Per l’inaugurazione del Teatro Bracco, Napoli 1963”, stampato in mille esemplari fuori commercio per la serata inaugurale del 6 marzo del ’63. Qui viene fuori un Murolo capace di dar vita “ad un fortunato periodo della prosa dialettale”, facendo convivere “bravissimi filodrammatici ed attori di fama, come Amalia Raspantini (già della compagnia di Adelina Magnetti) ed Armida Cozzolino, che era stata nella compagnia di Raffaele Viviani”.

Sarà poi Arthur Spurle, accanito collezionista e grande appassionato d’arte, a collocare storicamente il debutto di quella che fu la prima “Compagnia stabile” di teatro dialettale in via Tarsia. Era il 21 dicembre del 1929 ed andava in scena Gente nosta di Bovio e dello stesso Murolo; quella sera nella duplice veste di autore e regista. Da questo momento in poi il “Tarsia” ospiterà il meglio della produzione napoletana dell’epoca, da Assunta Spina e Mese Mariano di Salvatore Di Giacomo a Vicenzella e Casa Antica, di Libero Bovio. Merita di essere ricordata inoltre, una memorabile rappresentazione di Miseria e Nobiltà con Vincenzo Scarpetta e la partecipazione straordinaria dei “Tre De Filippo” e di Antonio Salvietti nel famoso Sik-Sik, l’artefice magico. L’avvento del fascismo, tuttavia, interruppe tale prezioso filone teatrale ed impose la recitazione esclusivamente in italiano. È in questo periodo che, nella Sala di Teatro Tarsia, gli “elettrici” del “Dopolavoro provinciale” inscenano sotto l’egida dell’Ond (Opera nazionale Dopolavoro) commedie dal titolo Il Beffardo, Il signore è servito!, Il viaggio nella luna, Pensaci, Giacomino. Durante la seconda guerra mondiale il “Tarsia” subirà danni notevoli, riprendendo però la sua attività appena dopo il conflitto con spettacoli di riviste e “sceneggiate” popolari. La gestione sarà affidata a privati. Si deve invece all’Enal – Ente Nazionale Assistenza Lavoratori che a metà degli anni Quaranta aveva ereditato la vecchia Opera nazionale Dopolavoro – un primo ammodernamento dell’edificio di via Tarsia e la trasformazione in Teatro stabile  napoletano. È il 19 maggio del 1962 quando ha inizio il “nuovo corso”. All’inaugurazione ufficiale del teatro sono presenti le più alte cariche dello Stato e le autorità locali. Nel centenario della nascita del noto scrittore e drammaturgo Roberto Bracco, l’Enal ed il Comune di Napoli decidono di intitolargli quello che un tempo era conosciuto semplicemente come “Il Tarsia”. L’allora presidente della Camera dei Deputati Giovanni Leone (che intanto aveva accettato di presiedere anche il Comitato d’onore per le celebrazioni in memoria di Bracco) quella sera scoprirà una targa marmorea con un’epigrafe dettata da Carlo Nazzaro.

Tuttora visibile sulla facciata del teatro, la lapide recherà la scritta:

A Roberto Bracco che finzione e realtà concepì indissolubili specchio di vita il suo teatro di civili virtù la sua vita.

Accanto a Leone ci saranno il ministro Jervolino, il sottosegretario alle Poste e alle Telecomunicazioni Crescenzo Mazza, il prefetto di Napoli Memmo, il commissario al Comune di Napoli Federico D’Aiuto, lo scrittore nipote di Bracco Mario Venditti, il presidente nazionale dell’Enal Mastino del Rio, il direttore napoletano dell’Enal, a cui si deve l’intera iniziativa, Salvatore Emmanuele. Quella stessa sera fu anche portata in scena, dal Gruppo d’Arte drammatica del Circolo artistico, l’atto unico di Roberto Bracco Don Pietro Caruso. Inizia così, sulle tavole del palcoscenico di via Tarsia, un nuovo ciclo, quello del teatro dialettale, il teatro caro a Raffaele Viviani, che il noto critico Paolo Ricci, in un saggio dell’epoca, definirà “aspro, antigrazioso e pungente”. E il Bracco parte subito con una chicca, La gnoccolara di Pietro Trinchera. Notaio napoletano vissuto nel Settecento, rivelatosi poi capace librettista, drammaturgo ed impresario, il Trinchera viene riscoperto dal regista Riccardo Pazzaglia e scelto per inaugurare la stagione del teatro di via Tarsia. È subito un successo, di pubblico e di critica. Sul Mattino del 7 marzo 1963 si legge: “Uno spettacolo assai decoroso sotto ogni punto di vista, che ha ben meritate le liete accoglienze dello scelto pubblico dell’anteprima di ieri sera, tradottesi in applausi a scena aperta e chiamate per tutti ad ogni chiudersi di sipario. Da stasera le repliche per il pubblico pagante, che siamo sicuri accorrerà numeroso al Bracco, non solo nella certezza di trascorrere una lieta serata, ma anche per un doveroso riconoscimento alla coraggiosa iniziativa dell’Enal di ridare ai napoletani il loro teatro dialettale”. Ed è sempre Il Mattino, in apertura di pezzo, a suggellare il ritorno della produzione dialettale nel popoloso quartiere Avvocata. Ecco cosa scrive il quotidiano di via Chiatamone all’indomani dell’inaugurazione della prima stagione teatrale. “Con l’apertura del Bracco nella centrale via Tarsia, grazie all’Enal, ed in particolare al tenace e fervido dr. Salvatore Emmanuele, Napoli si è arricchita di un nuovo elegante, accogliente teatro, che merita di essere salutato dal più vivo compiacimento, anche perché si ripromette, attraverso un selezionato programma, di riportare alle luci della ribalta pregevoli lavori della nostra scena dialettale, di ogni tempo”. Quella sera, però, ad inaugurare il Bracco non ci sarà soltanto un grande testo, ma anche una compagnia di indiscusso valore.

In scena vanno Anna Maria Ackermann, Pupella Maggio, Carlo Taranto, Antonio Allocca e tanti altri. Passa qualche anno ed è Eduardo De Filippo in persona a trascrivere “amorosissimamente”, come scriverà Mario Stefanile sul Mattino del 25 novembre del 1964, un’altra perla di Trinchera, mai portata in scena prima d’ora. Si tratta della Monaca fauza. La consacrazione del Bracco come teatro dialettale è sempre più vicina. In una sala affollatissima, il 24 novembre 1964, va in scena il copione riadattato da Eduardo, per la regia di Gennaro Magliulo, suo futuro biografo e in quegli anni direttore artistico del Bracco. Recitano, fra gli altri, Angela Luce, Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale, Antonio Casagrande. È ancora Il Mattino, il 25 novembre 1964 sempre con Mario Stefanile, a scrivere: “Un pubblico foltissimo ha applaudito a lungo, con fervida convinzione, questo spettacolo indubbiamente di una qualità da lodarsi in ogni sua parte: e che, restituendo vita ad un bellissimo testo, propone del filone artistico napoletano autentico una presenza oggi più che mai necessaria a conoscersi, ad apprezzarsi, ad amarsi”. Passa un giorno e anche il Corriere della Sera, con l’inviato speciale Raul Radice, dedica un articolo alla Monaca fauza. Sul giornale del 26 novembre 1964, Radice scrive: “È bene che il Teatro Bracco, difensore del teatro classico partenopeo, dopo aver riportato alla ribalta Annella di Portacapuana di Gennaro Davino e l’Osteria di Marechiaro del Cerlone, abbia ora proposto la Monaca fauza”. Ma il Bracco è anche e, soprattutto, il tempio del teatro vivianesco. A testimoniarlo è il lungo ed intenso feeling di Vittorio Viviani, figlio del famosissimo commediografo Raffaele, con il teatro di via Tarsia. Qui Vittorio dirige la “Compagnia napoletana di teatro”, portando in scena copioni di successo. Da Io la penso così di Paola Riccora (aprile 1965) a Il Promesso sposo di Petito (novembre 1966), da Il figlio di Don Nicola di Storace alle perle della produzione paterna, tra cui svetta La figliata. E sarà proprio Viviani il filo conduttore delle stagioni del Bracco. Una firma chiara e netta in via Tarsia, dove si fa il teatro del popolo, in cui il pubblico si deve rispecchiare. Un teatro che, con la gestione del direttore artistico Caterina De Santis (nonostante un salto di venti anni dal “primo” Bracco), appare ancora più attuale e vicino ai sentimenti e agli umori della gente.

Storia De Filippo

Nel 1964, Eduardo De Filippo trascrive “Monaca fauza” di Trinchera che varrà la consacrazione del Teatro Bracco come teatro dialettale.

LA STORIA DELL’AR.TE.TE.CA 

Ar.Te.Te.Ca, storia di un’associazione che fa spettacolo

Ar.te.te.ca come il lemma mutuato dal dialetto napoletano, sinonimo di vitalità ed esuberanza, oppure arte-teca, una crasi fra l’italiano e l’antico termine di derivazione greca “thèke”, come dire: arte in teca, arte gelosamente custodita in uno “scrigno”. Comunque la si voglia leggere, Ar.te.te.ca significa teatro, cultura dello spettacolo, divertimento. Un’avventura iniziata nel 1988, quando un gruppo di attori e di appassionati di teatro, capitanati da Caterina De Santis, decise di portare in giro per le scuole di Napoli e della Campania i testi più famosi di Goldoni, Petito e Scarpetta. Sarà solo la prima tappa di quell’associazione, all’epoca presieduta da Donato Pulcini, che si dimostrerà subito molto attiva e pronta, dopo appena qualche mese di attività, per lanciarsi in sfide assai impegnative. Dopo aver portato negli istituti di ogni ordine e grado la letteratura teatrale italiana e dialettale, l’Ar.te.te.ca si farà infatti notare nei primi anni Novanta per una serie di rappresentazioni promosse, sempre sotto la direzione artistica della De Santis, nell’ambito dell’Estate a Napoli; evento in programma sugli spalti del Maschio Angioino. Il 1996 è l’anno del “battesimo del fuoco”. L’associazione napoletana sceglie il Litorale Domitio per dare il meglio di sé ed animare, con una rassegna originale ed inedita, le serate di turisti, stagionali e abitanti del posto. Si chiamerà “Pinetamare Arte” e farà parlare di sé, in modo del tutto lusinghiero, sino al 2002. Due mesi di divertimento, da luglio ad agosto, con il teatro di Mario Scarpetta, Enzo Cannavale, Vittorio Marsiglia, Benedetto Casillo, Sergio Solli, Mario Brancaccio e, ancora, il cabaret di comici all’epoca promettenti e giovanissimi come Biagio Izzo, Alessandro Siani, Simone Schettino, i Ditelo Voi e i Teandria.

Un ruolo fondamentale, nel cartellone allestito  dalla direttrice artistica Caterina De Santis, lo avrà poi la musica. Al Grand Hotel Pinetamare di Castelvolturno frequenti saranno le esibizioni di Peppino Di Capri e di un artista, allora agli esordi, che il grande pubblico imparerà presto a conoscere ed apprezzare: Gigi D’Alessio. Tra le attività dell’associazione – avrebbe dichiarato all’Ansa la De Santis, alla vigilia della rassegna del 1997 – rientra la promozione dell’arte e dello spettacolo in quelle aree talvolta non presenti nelle programmazioni tradizionali della varie compagnie di teatro e di spettacolo. Tra queste, l’Ar.te.te.ca ha individuato il Litorale Domitio e puntato sul suo rilancio”. “Pinetamare Arte” per alcuni anni divenne, così, il “marchio di fabbrica” dell’Ar.te.te.ca, che, con la sua organizzazione e il successo di pubblico, dimostrerà di essere pronta per il “grande salto”, per un cartellone a tempo pieno e a tutto spiano. L’occasione si presenterà di lì a poco, nel 1999, con la riapertura del Teatro Bracco, storico stabile di Via Tarsia, tornato a brillare dopo un periodo di abbandono durato quasi vent’anni. L’Ar.te.te.ca si aggiudica la gara della Regione Campania per la gestione del palcoscenico di via Tarsia e trasforma la sua denominazione in Teatro Bracco-Ar.te.te.ca, organizzando anno dopo anno una ricca stagione teatrale in quello che un tempo era considerato il tempio del repertorio classico dialettale. Dopo un periodo di “coesistenza” delle due attività, Bracco e “Pinetamare Arte”, l’Ar.te.te.ca, oggi presieduta dalla sua “storica” direttrice artistica Caterina De Santis, si dedica esclusivamente al teatro di via Tarsia, confezionando ogni anno un’offerta vasta e completa, in grado di soddisfare le richieste anche del pubblico più esigente.

Teatro Bracco storia

Dal 1999, l’Ar.Te.Te.Ca e la sua direttrice artistica Caterina De Santis si dedicano alle attività del Teatro Bracco in Via Tarsia.