Le ultime lune

In programma nei giorni 11-12-13 Gennaio 2019  

Palcoscenico Italiano e
Centro Teatrale Meridionale
presentano:
Le ultime lune
con
Andrea Giordana
Vanessa Gravina
Luchino Giordana
di
Furio Bordon
Regia di
Daniele Salvo
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Le ultime lune, ultimo spettacolo teatrale interpretato da Marcello Mastroianni, va in scena per la prima volta il 10 novembre 1995 al Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni, con la regia di Giulio Bosetti. E’ un testo scritto dal triestino Furio Bordon, e nel 1993 vince il premio dell’Istituto del Dramma Italiano – premio IDI – per la miglior novità teatrale dell’anno. Questo testo è tradotto e allestito all’estero in più di venti lingue e vince numerosi premi, tra cui il Premio della Critica a Bruxelles nel 2003, come migliore spettacolo dell’anno. Esso è un’analisi profonda sulla terza età.
Solo dopo un mese dal debutto Marcello deve sospendere le recite a causa di un malore. Le date programmate non sono cancellate, ma solo rinviate, e il 20 febbraio 1996 torna a recitare, debuttando una seconda volta a Bologna. Gli è diagnosticata una grave malattia. Così, la vita reale s’identifica con la finzione. Mastroianni tuttavia continua a recitare fino a che le forze glielo consentono.
È a Napoli che nel novembre 1996 Mastroianni va in scena per l’ultima volta. Marcello ha recitato finché le forze glielo hanno consentito, fino alla fine, perché amava profondamente il teatro e il suo lavoro. La sua interpretazione molto intensa è percepita dal pubblico che lo riempie di applausi irrefrenabili. Gli spettatori avvolgono in un abbraccio ricco d’affetto e gratitudine il grande Attore e, soprattutto, il grande Uomo Marcello Mastroianni.
Le ultime lune continuano a essere rappresentate in giro per il mondo e, come ricorda Furio Bordon, tutti gli attori, ovunque, continuano a parlare di Marcello. È un modo per farlo vivere, per sentirlo ancora vicino, per ricordare un uomo e un attore indimenticabile.
Il Padre (il protagonista della piece interpretato da Andrea Giordana), è un professore universitario in pensione, che decide di lasciare la casa del figlio – dove vive con lui, la nuora e i nipoti – per trasferirsi in una residenza per anziani. È una decisione dettata dall’orgoglio, dal desiderio di non essere di troppo in un appartamento diventato piccolo dopo la nascita della seconda nipote. È facile intuire che l’anziano avrebbe sperato in un consenso un po’ meno sollecito da parte del figlio riguardo questa sua decisione. Il protagonista, vedovo da molti anni, parla spesso con la moglie ( Vanessa Gravina) morta giovane e ricorda il tempo passato.
Egli non ha più fiducia verso il prossimo e non ha il coraggio di parlare a nessuno delle proprie paure e dei propri pensieri. Non riesce a comunicare nemmeno con suo figlio, (Luchino Giordana) troppo distante da quelle problematiche e incapace di comprenderlo pienamente.
È un testo che si occupa di un tema umano sociale, e anche attuale, visto l’aumento della popolazione degli anziani, parla della lacerazione profonda tra “mondo dei vecchi” e “mondo dei giovani”. L’incomunicabilità esistente tra questi due mondi si attua in un silenzio straziante, un’indifferenza basata su dialoghi spesso insignificanti e superficiali.
In questa edizione Andrea Giordana saprà onorare meravigliosamente bene il grande Marcello Mastroianni,


Dalle note di regia


Un uomo nella sua stanza attende. Osserva. Ricorda. Sogna. E’ un uomo solo, stanco, privato del suo futuro. Un vecchio. Sogni, fantasie, ricordi, suggestioni, fantasmi del passato affollano la sua povera stanza dell’immaginario. La sua compagna, morta molti anni prima, è sempre al suo fianco e conversa assiduamente con lui, ogni giorno. In questa stanza vita e morte si toccano, presente e passato si sovrappongono: all’interno di queste mura, il tempo è relativo. E’ un vecchio professore che aspetta nella propria stanza il figlio che lo accompagnerà in una casa di riposo per anziani. Quest’uomo vive e respira quella stanza, dove trascorre tutta la sua giornata, come se la volesse portare con sé: i suoi unici compagni di viaggio sono la musica, i fumetti che ha sempre amato e un album di fotografie. Con lui una compagna silenziosa e scomoda: la vecchiaia. E quest’uomo affoga sempre più nella malinconia, si confronta ogni giorno con la nostalgia, con la sua condizione di impotenza e disillusione. Il presente è insoddisfacente, la vita è al tramonto, i progetti sono conclusi: il massacro della vecchiaia. La decisione di entrare in una casa di riposo e di andarsene per sempre dalla stanza di una vita, nasce dal sentirsi “di troppo” e la scelta è lucida, definitiva, irrimediabile. Una volta lasciata la propria casa, la propria stanza, nella soffitta di un’anonima casa di riposo, il protagonista trascorre qualche ora del suo tempo in compagnia del suo album di fotografie, della sua musica e di una piantina di basilico: è in quella soffitta, uno strano modo per avvicinarsi sempre più al cielo, che egli aspetta la fine dei suoi giorni. Nella nostra società la vecchiaia è un imprevisto. Qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da cancellare. Tutti inseguono la giovinezza, tutti combattono i segni del tempo, tutti vogliono allontanare la morte. In questo mondo ormai senza regole, improntato all’egoismo più sfrenato, al culto dell’io, all’auto rappresentazione, alla celebrazione del sé, alla giovinezza, all’efficienza ad ogni costo, alla ricchezza, alla velocità, al qui ed ora, al tutto e subito, essere vecchi significa essere esclusi. Ormai altri giovani cantano altre canzoni e il vecchio è troppo lento, troppo stanco, troppo solo: inutile. Ma la vecchiaia, al contrario, è un privilegio. Una pietra preziosa. È un momento della vita di un uomo in cui tutte le linee convergono verso un punto sospeso sul filo dell’orizzonte. È la somma di tutti gli addendi, il termine di un progetto, L’inizio di un nuovo cammino. Coincide con la condizione del poeta. Essere poeti oggi dà scandalo. Il poeta non serve a nulla. Il poeta dà fastidio. È troppo ingenuo, troppo fragile, troppo vero. E soprattutto il Poeta, come il vecchio, sa dire la verità. Il poeta attende paziente, siede su una panchina sul ciglio del torrente del tempo e guarda. Una foglia cadere, una gemma sbocciare, un bambino che sorride. Il poeta, come il vecchio, possiede la mappa del labirinto, crea un modello infantile dell’universo, “di un universo fondato sin dalla tenera età nel nostro cuore, una specie di libro di testo per capire il mondo dal di dentro, dal suo lato migliore e più fulgido”. Il Poeta canta con la sua voce sempre più flebile ride tra i denti, ma mi accorgo che piange. E’ solo un uomo, o forse un vecchio. Ma il suo pianto conduce al futuro

Daniele Salvo

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